“BREVE STORIA DEL CLIMA IN ITALIA” - Einaudi,
è l’ultima pubblicazione di Luca Mercalli, un libro che, a mio parere, mancava al panorama italiano.
Nel periodo storico che stiamo vivendo, è particolarmente interessante ripercorrere ciò che è accaduto in Italia, dal passaggio di Annibale sulle Alpi fino ai giorni nostri, scoprendo che, dati e testimonianze alla mano, il clima è sempre e continuamente cambiato. Ma il cambiamento climatico attuale ha caratteristiche che lo rendono profondamente diverso da quello del passato.
Mercalli ripercorre la storia dell’Italia in chiave climatica e meteorologica, attraverso riferimenti storici precisi e dati che, da quando hanno iniziato a essere sistematicamente registrati, permettono di ricostruire con sempre maggiore accuratezza ciò che è accaduto nella nostra penisola.
Per farvi capire, si parla delle piene del Tevere nella Roma imperiale, dell’alluvione del Polesine del ’51, di quella di Firenze del ’66, per arrivare a Vaia, all’acqua alta a Venezia e al ritrovamento di Ötzi, emerso dai ghiacciai alpini in Alto Adige.
E non si parla di “noiosi grafici” e statistiche numeriche da tradurre in parole.
Tutt’altro. La narrazione divulgativa è azzeccata per gli argomenti trattati e, soprattutto, comprensibilissima. Ci sono state epoche molto più fredde di oggi e periodi molto più caldi. Ci sono state siccità terribili, alluvioni gigantesche, inverni senza precedenti e stagioni completamente anomale.
Il punto, però, è la velocità del cambiamento attuale.
Il clima ha sempre cambiato volto, ma oggi l’accelerazione con cui si manifestano determinati fenomeni ci racconta che i tempi sono cambiati. E c’è un altro aspetto da considerare: la percezione di noi esseri umani, soprattutto per chi vive in montagna e frequenta la natura attraverso attività, sport o lavori legati all’aria aperta, è inevitabilmente limitata all’arco temporale della propria vita. Allargando invece i riferimenti e gli orizzonti temporali, diventa possibile comprendere e mettere a fuoco in maniera più oggettiva ciò che sta accadendo.
La divulgazione del libro è ottima e piacevole. Non fatevi spaventare da alcuni dati e riferimenti: andate avanti e divorate un libro che vi arricchirà e vi permetterà di guardare ciò che stiamo vivendo in maniera più oggettiva e consapevole.
E in occasione di una recente presentazione del libro, abbiamo avuto la fortuna di incontrare l’autore, disponibile a rispondere ad alcune nostre domande.
UPS: Dott. Mercalli, grazie per il suo tempo e la disponibilità. Le rivolgiamo queste domande dal punto di vista di chi vive e frequenta la montagna durante tutto l’anno: pescatori, residenti, lavoratori e appassionati di attività all’aria aperta.
UPS La rapidità con cui il cambiamento climatico si sta manifestando corrisponde alle previsioni formulate nei decenni passati oppure stiamo assistendo a un’accelerazione inattesa?
LM: Gli scenari climatici formulati decenni fa e ripetutamente aggiornati presentavano un fascio di traiettorie che tengono conto dell’incertezza insita in ogni previsione. Attorno a un valore medio dell’aumento di temperatura globale ci sono così simulazioni più pessimistiche, cioè con un aumento termico più elevato, e più ottimistiche, cioè con un aumento più contenuto. L’attuale accelerazione del riscaldamento non rappresenta dunque una sorpresa scientifica ma semplicemente la constatazione che abbiamo imboccato gli scenari peggiori, che erano comunque attesi. Ora lo stesso ragionamento vale per il futuro: applicando l’Accordo di Parigi sul clima avremmo ancora la possibilità di ridurre il rischio di un riscaldamento superiore ai 2 °C a fine secolo, ma rimanendo inerti tra vent’anni saremo qui di nuovo a domandarci perché abbiamo percorso la linea più elevata del grafico…
UPS Eventi temporaleschi molto violenti e localizzati, come quello che ha recentemente colpito la Val di Rezzalo o la Val Grosina (ad esempio), sono destinati a diventare più frequenti sulle Alpi? E come possono i territori prepararsi per limitarne i danni?
LM Purtroppo sì: da un lato con l’aumento di temperatura l’atmosfera può contenere una maggior quantità di vapore acqueo che fa aumentare l’intensità dei nubifragi di breve durata, quindi con un picco di pioggia concentrato che può generare piene-lampo. Dall’altro, in alta montagna, la minor copertura nevosa e glaciale lascia scoperte vaste zone detritiche che possono essere trascinate a valle dai nubifragi stessi sotto forma di colate detritiche, fango e massi. Prepararsi non è facile: in generale l’unica scelta saggia è non costruire insediamenti in zone esposte a rischio idrogeologico, stare lontani da fiumi e torrenti che, dove possibile, devono avere a disposizione un’ampia zona di pertinenza per poter esondare senza far troppi danni. Argini, briglie e altre opere di protezione – oltre che costose – possono proteggere limitate porzioni di territorio.
UPS Gli inverni iniziano più tardi, la neve si accumula con maggiore difficoltà e si scioglie più rapidamente. Quali conseguenze avrà questa trasformazione sulla disponibilità d’acqua e sul regime dei corsi d’acqua alpini?
LM A parte gli inverni siccitosi nei quali l’accumulo nivale è di per sé scarso, come nel 2022, anche nelle annate con maggiori apporti nevosi assistiamo a causa delle temperature elevate a un netto anticipo primaverile della fusione del manto, circa un mese rispetto a mezzo secolo fa. Ciò si traduce in un rapido esaurimento della riserva idrica montana tra fine maggio e giugno, e in una maggior probabilità di episodi siccitosi estivi.
UPS Siccità prolungate e precipitazioni improvvise mettono sotto pressione fiumi, suoli e versanti. Dobbiamo ripensare il modo in cui gestiamo l’acqua, costruiamo e utilizziamo i territori montani?
LM La variazione del regime delle precipitazioni e la riduzione del capitale idrologico nivoglaciale costringerà a forme di adattamento “appenniniche” anche sulle Alpi: potrebbe essere opportuno disporre di un maggior numero di invasi grandi e piccoli per accumulare l’acqua nei periodi piovosi e disporne poi durante le stagioni siccitose per uso plurimo (agricolo, idroelettrico, idropotabile). Anche a livello individuale potrebbe aver senso incentivare la costruzione di cisterne per lo stoccaggio di acqua piovana utile per irrigare orti e giardini.
UPS Dal punto di vista degli ecosistemi acquatici, quali effetti dobbiamo attenderci dall’aumento delle temperature, dalla riduzione della neve e dal ritiro dei ghiacciai?
LM Stagioni estive più lunghe e calde con frequenti siccità, influiranno sulle temperature dei corsi d’acqua e di conseguenza sull’equilibrio della fauna ittica. Nei grandi laghi, la mancanza di lunghi periodi di freddo invernale perturberà il rimescolamento delle acque e la circolazione di ossigeno e nutrienti. La maggior disponibilità di sedimenti sciolti ad alta quota unita a più frequenti eventi alluvionali potrebbe aumentare la torbidità dei corsi d’acqua.
UPS Lo spostamento della vegetazione verso quote più elevate e la trasformazione del paesaggio alpino sono già evidenti. Come cambieranno la montagna e la vita in quota nei prossimi anni?
LM Avremo un cambiamento di biodiversità locale, con spostamento verso l’alto di specie vegetali e animali, incluse specie aliene invasive, dalle piante infestanti agli insetti dannosi. Di conseguenza anche l’agricoltura potrebbe risentire di cambiamenti strutturali, alcuni positivi (coltivazioni come vite e olivo che diventano possibili a quote prima non disponibili), altri negativi (mancanza di freddo per coltivazioni come il melo, maggiori eventi estremi come le grandinate o le siccità). Dal punto di vista sociale la trasformazione più rilevante interesserà il settore degli sport invernali, via via più penalizzato dalla minor quantità e durata del manto nevoso, anche se il deficit di presenze turistiche invernali potrà essere compensato dall’aumento di quelle estive a seguito della ricerca di fresco e della fuga dalle città incandescenti.
UPS Lei ha spesso indicato la montagna come possibile luogo di adattamento a un clima più caldo. Quali scelte individuali e collettive possono ancora fare la differenza? Esistono ragioni concrete per guardare al futuro con speranza?
LM La temperatura diminuisce in media di 6 gradi Celsius per ogni mille metri di quota. Quindi durante le grandi ondate di calura africana in montagna si sta sicuramente meglio che in pianura e nelle grandi città. Riabitare la montagna, soprattutto quella spopolata e trascurata da decenni, può rappresentare un’interessante forma di adattamento al riscaldamento climatico e un rilancio delle aree marginali. Ovviamente con i suoi limiti, non è una soluzione per tutti, ma uno dei possibili contributi alla riduzione dei problemi indotti da un clima inedito. Le scelte individuali e collettive dovrebbero procedere di pari passo: ci vuole consapevolezza nei singoli e lungimiranza della politica, ingredienti difficilissimi da trovare… Il futuro non sarà facile, ma dipenderà da noi fare in modo che non ci sia ostile.
Grazie ancora per il suo tempo Dott.Mercalli, spero-speriamo di poterla intervistare ancora in futuro.
Nel frattempo, se vi foste ulteriormente incuriositi, vi consigliamo di trovare una copia dell’ultimo libro e immergervi in una lettura che , come sempre, vi arricchirà.
Qui trovate il libro “BREVE STORIA DEL CLIMA IN ITALIA”
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